I non residenti non sono tenuti alla chiusura del conto italiano

Con risposta ad interrogazione parlamentare è stato, inoltre, analizzato il “nodo” dei costi di gestione

La risposta all’interrogazione parlamentare n. 5-03105 resa alla Camera ha analizzato un problema sinora irrisolto per i soggetti non residenti, rappresentato dal costo per la gestione dei conti italiani, in genere sensibilmente più elevato rispetto a quello dei corrispondenti conti intrattenuti dalla clientela residente.

Il problema si è amplificato negli ultimi anni in virtù di oneri più significativi a carico degli intermediari finanziari, tenuti ad identificare la clientela in modo estremamente puntuale quanto a residenza fiscale in virtù degli obblighi di segnalazione previsti dal Common Reporting Standard e dalle disposizioni FATCA con gli Stati Uniti d’America.

La risposta all’interrogazione parlamentare precisa, da un lato, che i conti correnti riservati ai non residenti rappresentano un prodotto commercializzato dalle banche in regime di libero mercato, e che quindi le Amministrazioni pubbliche non hanno titolo ad intervenire sulla misura delle commissioni richieste alla clientela, ma che d’altro canto la richiesta di commissioni elevate non può essere fondata sulla (sola) considerazione dei maggiori adempimenti richiesti agli istituti di credito relativamente ai non residenti.

Viene, poi, analizzata una questione molto sentita dai soggetti interessati: all’atto della migrazione all’estero, infatti, le banche richiedono la chiusura del conto “italiano” e la contestuale apertura del conto riservato ai non residenti, come detto con commissioni più elevate. La risposta precisa, sul punto, che non sussiste alcun obbligo di chiusura dei conti correnti per i cittadini non residenti: la chiusura (o l’interruzione del rapporto continuativo) risulta, infatti, ricollegata esclusivamente all’impossibilità oggettiva di effettuare o di completare l’adeguata verifica del cliente.

Pur se ciò non risulta esplicitato dal testo del documento, sembra quindi possibile concludere che la persona non residente possa, all’atto della migrazione, mantenere il vecchio conto “italiano”, pur dovendo espletare gli adempimenti richiesti dalla banca in merito alla corretta individuazione della residenza fiscale, anche se la banca ha titolo a richiedere commissioni più elevate a seguito della mutazione dello status. Questa conclusione, come detto, si scontra con la prassi degli istituti di credito che, per motivazioni probabilmente legate alla propria organizzazione interna, richiedono la chiusura del conto e l’apertura di un nuovo rapporto, in cui la persona muta la propria veste.

Proprio con riferimento all’apertura dei conti intestati a non residenti occorre prestare particolare attenzione alla dichiarazione con cui il soggetto dichiara di essere US person (residente fiscale statunitense) o non US person (residente fiscale di altri Stati), in quanto ciò porta a conseguenze diverse quanto ad obblighi per gli intermediari, e alla dichiarazione con cui si attestano eventuali passaggi da uno status all’altro.

Se i redditi prodotti in Italia sono rappresentati da interessi su conti correnti e depositi bancari o postali, ovvero capital gain non qualificati realizzati su titoli quotati in Italia (esenti in capo a tutti i non residenti), è sufficiente che la persona autocertifichi di essere residente all’estero, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 23 del 1° marzo 2002.

Diversamente, per i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria di fonte italiana che risultano esenti in capo ai soli residenti negli Stati appartenenti alla white list (interessi delle obbligazioni di grandi emittenti, proventi derivanti da contratti di riporto e pronti contro termine su titoli e valute, proventi derivanti dalla partecipazione a fondi comuni ecc.), rimane la possibilità di autocertificare la propria residenza, ma secondo lo schema contenuto nel DM 12 dicembre 2001 (o, in alternativa, in forma libera, purché sia rispettata la sequenza dei dati e l’indicazione del numero progressivo presenti in tale schema).

Dal punto di vista pratico, va segnalato che, specie se la persona mantiene in Italia interessi marginali, e quindi un solo conto corrente, spesso la comunicazione alla banca del trasferimento di residenza viene omessa, in quanto il beneficio (l’esenzione degli interessi attivi) è risibile, in virtù dei tassi che tendono allo zero, ed è controbilanciato, come detto, da commissioni più elevate. Il comportamento, a rigore, non è corretto (pregiudicando anche gli interessi finanziari dello Stato di residenza, potenzialmente privato delle informazioni in merito al fatto che un suo residente detiene attività in un altro Stato), e risulta dannoso per la persona stessa in relazione a quei proventi (interessi su obbligazioni e titoli di Stato, proventi dei fondi comuni) che, per i residenti di Stati appartenenti alla white list, non scontano la tassazione italiana (ma ciò è evidentemente subordinato al fatto che l’intermediario abbia contezza della residenza del percipiente).

Non sembrano invece esservi conseguenze in caso di eventuali contestazioni in merito alla residenza fiscale, in quanto la giurisprudenza che ha analizzato la materia ha considerato rilevante a tal fine la quantità dei conti italiani, l’entità degli stessi e il numero delle movimentazioni, mentre non risultano contestazioni legate al fatto che questi conti fossero accesi in capo alla persona nella veste di residente o di non residente.

Fonte: Eutekne.info

Autore: / Gianluca ODETTO

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